La fede, come l’o­rario dei treni, è in sostan­za un fat­to di orga­niz­zazione del tem­po. Nel­la stazione fer­roviaria l’im­po­nente orolo­gio roton­do col­or avo­rio seg­na con i suoi rin­toc­chi il trascor­rere delle diverse ore del­la vita umana. Il treno parte a orari pre­cisi. C’è una sola parten­za pri­ma di mez­zo­giorno: vi sal­go­no col­oro che han­no inte­ri­or­iz­za­to un sis­tema di fede quand’er­a­no anco­ra bam­bi­ni. C’è poi un treno che parte nel pomerig­gio, e trasporta i passeg­geri inqui­eti del­l’ado­lescen­za. Dopo questo bisogna atten­dere fino a sera. Solo allo­ra, quan­do i pri­mi insis­ten­ti rimor­si fan­no capoli­no nel­la vita delle per­sone, e ci si rende con­to del­l’im­pos­si­bil­ità di riparare agli errori del pas­sato; quan­do anche i nidi più soli­di iniziano a vac­il­lare, e inter­ven­gono le prime serie com­pli­cazioni di salute, il treno parte per la terza vol­ta. Per motivi ignoti, i passeg­geri di questo treno sal­go­no a bor­do solo all’ul­ti­mo min­u­to. Quin­di, all’ap­prossi­mar­si del­la mez­zan­otte, dopo seri inter­ven­ti chirur­gi­ci e quan­do il con­fine tra la vita e la morte si è ormai fat­to labile, partono altri due treni, uno di segui­to all’al­tro.

Si dà il caso che questi siano i più affol­lati. Sen­za fare sos­ta in nes­suna stazione, essi van­no diret­ta­mente a Dio sul­l’e­spres­so del pen­ti­men­to e del­la con­trizione. A dif­feren­za dei passeg­geri diurni, quel­li not­turni, per non rischiare di perdere l’ul­ti­ma pos­si­bil­ità, si pre­sen­tano sul bina­rio anche trop­po presto. Quin­di, dopo una lun­ga atte­sa che si con­clude quan­do l’orolo­gio suona la mez­zan­otte e il cer­chio si chi­ude, da ques­ta fol­la bruli­cante si dis­tac­ca e res­ta indi­etro solo un pug­no di irriducibili atei.

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